Gli Investimenti Nelle Nuove Tecnologie Informatiche Ed Incrementi Di Produttività
Il mercato americano è stato caratterizzato negli ultimi anni da una crescita economica che sicuramente in Europa, ed in Italia in particolare, ancora non si è registrata.
Per il nostro paese, caratterizzato da una fase di stagnazione economica da cui non si riesce ancora ad uscire, è quindi utile analizzare l'economia USA, per provare ad individuare possibili fattori di rilancio industriale.
Per cominciare l'analisi sul commercio elettronico si è preferito partire da un'analisi storica, valutando l'impatto degli investimenti fatti in Information Tecnology nella realtà statunitense.
Sebbene possa essere azzardato affermare che gli investimenti in I.T. (e la successiva esplosione del fenomeno di Internet) abbiano rappresentato elemento di crescita per tutti i comparti dell'economia americana, tuttavia è fuor di dubbio che le aziende operanti nel settore della I.T. (caratterizzate da forti investimenti in strumenti informatici) abbiano registrato tassi di crescita quasi doppi rispetto a quelli degli altri comparti economici.
A questo proposito si riporta un approfondimento che cerca di valutare la convenienza degli investimenti nelle nuove tecnologie informatiche, al fine di ottenere maggiori tassi di produttività.
La conclusione di questa analisi che riporta i risultati di un decennio di studi riguardo la produttività e gli investimenti in tecnologie informatiche è che se il capitale indirizzato ad investimenti diversi da strumenti informatici ha già maturato il suo ritorno economico, gli investimenti in I.T. possono abilitare modalità nuove d'affari con maggiori ritorni dell'investimento a lungo termine, quali appunto l'e-commerce.
Il concetto di produttività è oggetto di particolare attenzione da parte degli analisti delle attività aziendali.
Essenzialmente possiamo rappresentare graficamente l'attività di una azienda come una black-box, ove da una parte abbiamo una serie di ingressi (le materie prime e il lavoro) e dall'altra una serie di uscite (i prodotti finiti).
Più in generale si suole dire che l'attività principale di un'azienda consiste nella creazione di "valore aggiunto".
Per passare dai prodotti in ingresso a quelli in uscita vengono impiegate diverse risorse: i macchinari, il lavoro degli impiegati e degli operai, energia, capitali, etc. Partendo da questa descrizione semplificata è possibile formulare una semplice osservazione: una azienda è tanto migliore rispetto ad un'altra se, a parità di risorse utilizzate in ingresso (tempo, capitali, materiali, etc.), riesce a produrre una quantità maggiore di prodotto in uscita.
Una definizione di produttività è proprio il rapporto tra l'uscita e l'ingresso.
Sebbene sia facile da definire, la produttività è molto difficile da misurare, soprattutto nell'economia moderna ove può essere assai complicato individuare e descrivere correttamente gli ingressi e le uscite.
In passato, l'uscita (il prodotto finito) poteva essere descritta efficacemente valutandone una serie di attributi materiali; oggi, invece, l'uscita è caratterizzata da una serie di attributi immateriali di difficile misurazione quali la qualità, la durata, le caratteristiche, la corrispondenza ai gusti del cliente etc.
Anche in ingresso bisogna considerare non solo le ore lavoro, ma anche i macchinari utilizzati (in quantità e qualità), i costi legati all'addestramento del personale, i costi di organizzazione e di sviluppo dell'azienda, sia negli strumenti sia nei processi di lavorazione.
Com'è dunque possibile aumentare la produttività?
Certamente non lavorando di più, perché ad un aumento dell'uscita corrisponderebbe un aumento delle ore lavoro in ingresso. Stesso discorso vale se si considera l'uso di maggiori capitali.
La produttività può aumentare solo lavorando meno, cioè adottando nuove tecniche di produzione e nuove tecnologie.
Storicamente si è assistito ad una crescita di produttività a seguito dell'adozione di nuove tecnologie innovative di ampia applicazione: "le tecnologie general purpose".
Un esempio di tali tecnologie è costituito dalla scoperta del vapore che venne utilizzata sia per la meccanizzazione delle industrie preesistenti, ma anche nel nascente settore dei trasporti.
Un'altra scoperta innovativa di particolare importanza è stata sicuramente quella dell'energia elettrica alla fine dell'800.
Passando ai nostri giorni una tecnologia che promette di essere di portata analoga a quelle citate negli esempi precedenti è rappresentata dalla tecnologia del microchip.
Questa nuova tecnologia, in effetti, ha certamente introdotto delle consistenti innovazioni in settori economici preesistenti, ma ha determinato anche la nascita di nuovi settori, legati alle nuove capacità di elaborazione delle informazioni.
Bisogna rilevare che sicuramente, allo stato attuale, tutte le potenzialità offerte da questa nuova tecnologia sono ancora da sfruttare, tanto che ci si chiede in che modo utilizzare la crescente potenza dei calcolatori per aumentare la produttività aziendale (soprattutto nei settori più tradizionali).
Per la verità finora gli studiosi non sono stati neanche d'accordo sul reale beneficio derivante dall'uso dei calcolatori sull'economia di un'azienda.
Alcuni addirittura hanno definito tale beneficio come la grande bugia dell'era informatica [12], presentando esempi di investimenti nel campo dei sistemi informativi che si sono rivelati clamorosi fallimenti.
La controversia, tra i sostenitori della tecnologia informatica e i suoi detrattori, non si è ancora completamente risolta. Tuttavia essa ha alimentato tutta una serie di ricerche, riguardo ai possibili benefici derivanti dalle tecnologie informatiche, i cui ultimi risultati, basati su osservazioni di insiemi di dati sempre più significativi, appaiono incoraggianti [1-3,8,10].
Se complessivamente si può affermare che i ritorni degli investimenti nella I.T. sono positivi, tuttavia si riscontrano risultati assai differenti nelle varie società: alcune, a fronte di ingenti investimenti, hanno ottenuto solo lievi benefici; altre, invece, in condizioni apparentemente uguali, hanno registrato clamorosi successi.
L'attenzione dei ricercatori non è più, dunque, sulla convenienza o meno degli investimenti nella I.T., ma, piuttosto, su come utilizzare al meglio i sistemi informatici.
I risultati mostrano che l'investimento nei nuovi sistemi risulta vincente solo se accompagnato da altri investimenti che riguardano la ridefinizione dei processi di produzione e l'organizzazione interna dell'azienda.
Queste operazioni si rivelano in verità assai difficoltose, sia perché richiedono lunghi periodi per essere attuate, sia perché implicano ristrutturazioni profonde nell'organizzazione e nel modo di lavorare in azienda a tutti i livelli, affinché si possano ottenere i massimi benefici.
Tuttavia, una volta che l'azienda abbia portato a termine questa serie di cambiamenti, sarà pronta ad utilizzare tutti gli strumenti che il progresso tecnologico metterà a disposizione negli anni a venire, ponendosi in posizione privilegiata rispetto alla concorrenza.
L'attenzione della comunità scientifica alla questione nota come "il paradosso della produttività" sorse in seguito ad un articolo pubblicato nell'Aprile '87 dall'economista Steven Roach intitolato " Il dilemma della tecnologia in America: un'analisi dell'economia informatica".
In questo articolo, l'autore metteva in evidenza l'andamento costante della produttività delle aziende U.S.A. operanti nel settore dei servizi a partire dalla metà degli anni '70, contrapponendolo all'esplosione della potenza di elaborazione messa a disposizione degli impiegati delle aziende di questo settore.
La conclusione dell'articolo era che, quindi, l'uso delle tecnologie informatiche aveva prodotto dei risultati economici del tutto trascurabili, anche in quei settori caratterizzati da un uso massiccio di informazioni.
Altri studi mostravano un tenue legame tra gli investimenti nei computer e la crescita di produttività: in alcuni casi si era registrata una certa riduzione di alcuni costi e un incremento delle vendite.
In conclusione, le statistiche rilevavano che, nel complesso, la produttività dell'intera economia era cresciuta, a partite dalla metà degli anni '70, più lentamente rispetto a quanto accaduto nei due decenni precedenti, nonostante gli straordinari progressi della potenza di elaborazione disponibile.
Alla fine degli anni '80, pertanto, era prevalente la convinzione che l'informatica avesse scarsi effetti sull'aumento di produttività.
Tale convinzione poteva essere riassunta da una frase di Robert Solow pubblicata sul N.Y. Times nel 1987 secondo cui '…l'era informatica è dappertutto tranne che nelle statistiche di produttività.
Agli inizi degli anni '90, coloro che si occupavano di produttività ebbero a disposizione nuovi insiemi di dati riguardo investimenti in I.T. e produttività, relativi, peraltro, ad un gran numero di aziende; tali dati permettevano un'analisi più dettagliata dei fenomeni poiché il set di dati disponibili riguardava, ora, un numero di campioni maggiori, non più l'intera economia, o poche decine di aziende industriali.
Questo nuovo tipo di approccio, basato sull'analisi dei dati delle singole aziende si è rivelato utile, in quanto ha permesso di individuare più facilmente alcuni di quei benefici immateriali legati agli investimenti in I.T.
Per esempio, se un consumatore è disposto a pagare un prezzo più alto per un prodotto che percepisce essere di qualità migliore, allora il fatturato dell'azienda (che tenderà ad aumentare) rifletterà questo valore immateriale del prodotto (la qualità).
In un'analisi condotta a livello di settore, questo aspetto non potrà essere evidenziato; in questo caso, infatti, le aziende più avanzate costringeranno i concorrenti tecnologicamente più arretrati ad abbassare i prezzi dei prodotti per rimanere competitivi. Il fatturato complessivo del settore probabilmente non aumenterà, celando così i benefici ottenuti dall'uso di nuove tecnologie.
Sebbene si possa dedurre, stando ai nuovi studi, l'utilità complessiva degli investimenti in I.T., tuttavia è necessaria qualche altra indicazione per giustificare il diverso ritorno ottenibile da questo tipo di investimento.
Quando si rappresenta su di un grafico il legame tra I.T. e produttività possiamo osservare due particolarità.
Figura1 Investimenti in I.T. e Produttività: sull'asse verticale è riportata la produttività calcolata come l'uscita diviso una somma pesata degli ingressi. Sull'asse orizzontale, invece, è riportato il valore degli investimenti in I.T. nell'azienda. Entrambe le quantità sono centrate rispetto al valor medio delle due quantità relativo all'intero comparto industriale. Ogni punto (circa 1300) rappresenta un'osservazione relativa ad un'azienda.
La prima è che, tracciando una linearizzazione sui campioni osservati, tale retta ha pendenza positiva: questo significa che, complessivamente, a un investimento maggiore corrisponde un più alto valore della produttività.
La seconda osservazione riguarda l'elevata dispersione dei campioni rispetto alla curva: alcune industrie riescono, con elevati investimenti, ad ottenere risultati di rilievo; altre non riescono, a parità di investimenti, ad ottenere gli stessi risultati.
Questo dipende, come già detto, dalla necessità di accompagnare agli investimenti in I.T. investimenti organizzativi che, generalmente, possono essere portati a termine solo in periodi di tempo piuttosto lunghi.
Se le ristrutturazioni relative all'organizzazione e alle procedure aziendali possono essere completate contemporaneamente agli investimenti in I.T., allora non è necessario osservare l'andamento dell'azienda in un periodo di più anni.
Se invece, come avviene più di frequente, è necessario del tempo per accordare tali cambiamenti agli investimenti effettuati, allora avremo un ritorno più a lungo termine.
Questo è quanto emerge dai risultati di figura 2 ove il ritorno degli investimenti a lungo periodo risulta essere da 2 ad 8 volte maggiore di quello registrato nel breve termine[3].
Figura 2 Sull'asse verticale è tracciato il contributo alla produttività relativo agli investimenti in I.T. nel tempo basandosi sull'uso di tre differenti tecniche.
La possibile spiegazione del fenomeno è che tutti i fattori che permettono di ottenere i massimi benefici dall'investimento necessitino di tempo e danaro: i benefici a lungo termine sono tanto elevati perché, per ogni dollaro speso in investimenti in I.T., ce ne sono stati molti altri legati alla ristrutturazione aziendale.
Emerge da quanto detto che bisogna studiare meglio i fattori che permettono di rendere massimi i benefici derivanti dalle nuove tecnologie.
Druker, nell' "arrivo della nuova organizzazione" [9], ipotizza che le aziende ad alto contenuto tecnologico evolveranno verso strutture organizzative meno "verticali", nelle quali impiegati sempre più preparati assumeranno carichi crescenti di responsabilità. Questi cambiamenti di organizzazione permetteranno di sfruttare al meglio le nuove possibilità di comunicazione ed elaborazione dati oggi disponibili.
In effetti, risulta che già oggi le aziende che tendono a compiere i maggiori investimenti nelle nuove tecnologie sono quelle caratterizzate da strutture decisionali decentralizzate e forza lavoro di cultura e capacità elevate, caratterizzate da metodologie di lavoro innovative, come gruppi di lavoro aventi ampi margini decisionali, specialmente riguardo al modo come raggiungere gli obiettivi proposti, con speciali incentivi di produzione e crescente preoccupazione verso la continua formazione del personale.[10].
Sembra, a prima vista, che queste aziende facciano un ricorso dissennato agli investimenti nelle nuove tecnologie e alle nuove metodologie lavorative; invece, a fronte di investimenti obiettivamente più elevati della media, risulta che sono proprio queste le aziende che riescono ad ottenere benefici maggiori (vedi tabella1).
Dalla figura risulta che le aziende che adottano le nuove tecnologie assieme a pratiche aziendali di tipo decentrato ottengono mediamente un incremento della produttività del 5% rispetto alle aziende che non ricorrono a nessuno dei due strumenti.
Se gli investimenti non sono accompagnati da adeguate innovazioni lavorative, c'è addirittura il rischio di peggioramento dei risultati aziendali. Le aziende più intraprendenti probabilmente saranno più pronte della concorrenza a sfruttare le nuove possibilità offerte dalla tecnologia.
_________________I.T. DECENTRALIZZAZIONE
RIDOTTO
ELEVATO
ELEVATO
0.161 (0.191) N=47
0.455 (0.177) N=69
RIDOTTO
0 N=69
N=47
Tabella1: effetti della decentralizzazione e delle nuove tecnologie sulla produttività: sono riportati i valori della stima del valore di produttività rispetto al caso in basso a sinistra (riferito a 0). In parentesi l'errore sulla stima. N indica il numero dei casi in esame. Si deduce il legame tra investimenti in I.T. e decentralizzazione. [4].
Tuttavia ci sono dei problemi connessi ad una scelta del genere, che spiegano il motivo per cui molte aziende sono molto caute nell'adottare i suggerimenti proposti.
Un problema è che questi cambiamenti nell'organizzazione aziendale richiedono tempo, sono costosi da attuare e rischiosi.
Infatti questi cambiamenti spesso mutano profondamente l'assetto aziendale nella organizzazione del lavoro e nei quadri aziendali (anche in modo improvviso) e richiedono l'abbandono di politiche commerciali consolidate e remunerative in favore di nuove politiche di vendita delle quali si ha scarsa esperienza.
Ecco spiegati i numerosi casi di clamorosi fallimenti.
Può esser utile citare il caso di un'azienda ove i vertici aziendali avevano deciso un grosso investimento per realizzare un processo di lavorazione computerizzato; si era pensato di sfruttare la maggiore flessibilità offerta dai nuovi macchinari per ridurre le scorte in fase di lavorazione e permettere dei frequenti cambi di prodotto nelle linee di produzione. Tuttavia non si erano registrati dei miglioramenti di flessibilità né di produttività.
Questo non era dovuto ad una chiara volontà del personale di sabotare il progetto, bensì era la conseguenza di una serie di abitudini di lavoro ormai radicate.
Infatti gli operai sostenevano che l'elemento chiave della produttività consisteva nel non effettuare frequenti cambiamenti della produzione e nel mantenere le macchine sempre al lavoro. Questa convinzione era una regola pratica che andava bene per i vecchi macchinari poco flessibili, ma non permetteva di sfruttare adeguatamente i vantaggi offerti dai nuovi macchinari che, in questo modo, venivano fatti lavorare come quelli vecchi. Anche l'idea di affidare carichi maggiori di responsabilità sugli operai non aveva trovato un'accoglienza favorevole. Infatti questi confessavano di preferire chiacchierare con i colleghi di sport e non, certo, dei processi di produzione.
L'esempio ripropone la necessità di accoppiare gli investimenti in tecnologia con sostanziosi cambiamenti produttivi e organizzativi.
I nuovi studi sull'uso della tecnologia informatica non si preoccupano più di dimostrare che il loro utilizzo aumenta la produttività, ma cercano le risposte a come massimizzare i benefici ottenibili da questi investimenti.
Il ricorso all'informatica non determina automaticamente un miglioramento della produttività, ma rappresenta un elemento trainante di un processo più vasto di riorganizzazione aziendale che ha come risultato un aumento di produttività.
L'adozione di una nuova tecnologia general purpose ha sempre richiesto cambiamenti radicali.
Per tornare al passato basti ricordare che solo 40 anni dopo il loro primo impiego nelle fabbriche, i motori elettrici portarono benefici effettivi sulla produttività.
Essi furono dapprima utilizzati solo per sostituire le gigantesche macchine elettriche senza modificare i processi di produzione.
Ma i maggiori guadagni di produttività si ebbero quando gli ingegneri intuirono che non erano più vincolati, nella costruzione della fabbrica, dalla necessità di inserire meccanismi di trasmissione della forza motrice dalla macchina motrice principale fino a dove fosse necessario.
Costruirono, così, delle nuove fabbriche, dove le macchine erano disseminate nell'azienda, a seconda delle necessità, ognuna mossa da un piccolo motore elettrico.
Questo permise di disporre le macchine in base al flusso logico di produzione, invece che essere costretti a porre le macchine vicino alla sorgente principale di forza motrice.
Questo è quanto accadrà nei prossimi anni, ad una velocità maggiore di allora, per l'informatica.
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ERIK BRYNJOLFSSON (erikb@mit.edu) is an associate Professor orthe MIT Sloan School of Management and a visiting professor at Stanford Business School.
LORIN HITT (lhitt@wharton.upenn.edu) is an assistant professor of Operations and Information Management at the Wharton School, University of Pennsylvania,
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